L’evoluzione che negli ultimi anni ha caratterizzato il mercato nazionale ed internazionale del vino pone il viticoltore moderno, che si accinge ad operare nuovi investimenti viticoli, di fronte a scelte estremamente importanti e delicate. E non tanto (e non solo) perché tali investimenti richiedono, ovviamente, anticipazioni di capitali anche notevoli (con i conseguenti rischi d’impresa), quanto per il dover operare delle scelte varietali e clonali finalizzate a ben precisi obbiettivi enologici, spesso incerti quando non soggetti a variazioni anche troppo frequenti.

D’altra parte appare quanto mai irrinunciabile la necessità di operare scelte colturali funzionali esclusivamente alle tipologie enologiche che dovranno essere prodotte; tali scelte necessitano chiaramente di una precisa conoscenza del mercato, del livello di prezzo di collocamento della bottiglia sullo scaffale, del target al quale ci si rivolge, della massa critica di produzione, e di molto altro ancora.

E’ pertanto evidente che i criteri di scelta del sistema di allevamento non possono più esclusivamente identificarsi con il desiderio di continuità con la tradizione viticola della zona o con le semplici esigenze (seppure importanti) di adeguamento ai mezzi meccanici presenti in azienda, ma devono contemplare altre esigenze diversificate.

Occorre infatti operare uno sforzo maggiore per giungere all’individuazione di una forma di allevamento che coniughi esigenze di praticità, praticabilità e contenimento dei costi di esercizio attraverso l’adozione di un più o meno alto livello di meccanizzazione, a quella fondamentale del raggiungimento e mantenimento di un livello vegeto-produttivo adeguato alle condizioni pedoclimatiche (terroir) del sito prescelto.

         In questa logica, la forma di allevamento diventa fattore strategico di regolazione dell’attività vegetativa della pianta in quanto ciascun sistema, tradizionale od innovativo, dovrebbe garantire, se correttamente impostato ed integrato nel terroir, uno sviluppo vegetativo rapido durante la fase di germogliamento e fioritura, al quale deve seguire un forte rallentamento a partire dall’allegagione.

         L’intensa attività vegetativa della prima fase del ciclo vegetativo ha la funzione di consentire uno sviluppo rapido di una superficie fogliare foto sinteticamente attiva, adeguato al carico produttivo per ceppo.

         Come detto, tale fase di intensa crescita vegetativa dovrebbe poi gradatamente rallentare in corrispondenza della fioritura, quando ciascun germoglio presenta generalmente 18-20 nodi visibili (Poni & Tabanelli, 1994).

         La fase fenologica della fioritura regola il passaggio dalla fase vegetativa alla fase produttiva: in questa fase l’attività vegetativa dovrebbe ridursi e rallentare poiché potrebbe causare affastellamenti fogliari con conseguenti ombreggiamenti, deleteri per il microclima del grappolo. Tale condizione è peraltro assolutamente teorica, poiché la pratica viticola dimostra chiaramente, specialmente in presenza di condizioni che stimolano la vigoria, la presenza di un secondo piccoche presuppone numerosi e costosi interventi di cimatura verde.

         L’intensità foto sintetica è legata al clima ed alla nutrizione. E’ stato dimostrato che la foglia di vite può organi care da 5 a 15 mg. di CO2/ora/dm² in un range di temperatura compresa tra i 27° e i 30° C (Fregoni, 1998); sopra i 35° C l’attività foto sintetica diminuisce progressivamente fino ad arrestarsi. E’ noto inoltre che la foglia fino a circa 1/3 della sua dimensione definitiva consuma più riserve di quante effettivamente produce: il bilancio diventa positivo quando la foglia arriva al massimo dello sviluppo del lembo, cioè circa 40 giorni dall’emissione.